Dopo avervi segnalato gli artisti emergenti della scena nazionale, oggi inauguriamo il nostro spazio dedicato agli emergenti siciliani. A fare da apripista è Sissy Castrogiovanni, con cui abbiamo parlato del suo percorso, della sua musica e del legame con la Sicilia. Venite a conoscerla meglio!
Pluripremiata cantautrice siciliana, compositrice, produttrice e polistrumentista, Sissy Castrogiovanni, è una delle artiste più originali e creative del panorama jazz contemporaneo americano.
Con la sua travolgente personalità artistica e il fascino di una voce che arriva dritta al cuore, ha incantato pubblico e critica ricevendo consensi che le hanno portato importanti apparizioni su palchi di rilievo e Festival Jazz internazionali negli Stati Uniti, Sud America ed Europa, inclusi la storica Symphony Hall di
Boston e il Parlamento Europeo.
Tra le più prestigiose collaborazioni, i concerti con il leggendario cantante, multi-Grammy Awards winner, Bobby McFerrin e le esibizioni con luminari del jazz come Jack DeJohnette, Patrice Rushen e il produttore Latin-Grammy winner, Javier Limon.
Il suo ultimo disco “TERRA” è stato il primo disco interamente cantato in siciliano ad arrivare al ballottaggio per le nomination dei GRAMMY Awards in quattro categorie Jazz – “Best Vocal Jazz Album”, “Best Arrangement”, “Best Improvised Jazz Solo” e “Best Engineered Album” – segnando un traguardo storico per la lingua e la cultura siciliana nella scena musicale internazionale.
Le radici musicali di Sissy Castrogiovanni risiedono nei ritmi, nei colori e nei sapori della sua nativa Sicilia e si irradiano verso l’esterno miscelandosi con le influenze della tradizione afroamericana e del Jazz contemporaneo vissuto e ricercato negli oltre quindici anni in America, dove attualmente vive.
Nelle sue composizioni si crea un’originale sintesi, unica e personale, di culture musicali che, affiancate da una straordinaria presenza scenica e un’attenzione inebriante per la melodia, fanno di Sissy una voce davvero singolare nel mondo del Jazz.
I media definiscono il suo stile “Sicilian-Jazz”: la tradizione Siciliana e le influenze world si intrecciano con l’armonia del Jazz Contemporaneo, creando un linguaggio originale e inconfondibile in cui la lingua siciliana viene utilizzata in chiave moderna, e non folkloristica, aprendo la tradizione a nuove visioni artistiche.
Con il suo carisma e i suoi emozionanti spettacoli dal vivo, ha catturato l’attenzione delle più autorevoli testate giornalistiche, Downbeat e Jazziz Magazine, che l’hanno elogiata per il suo preciso controllo vocale,
e per l’indiscussa capacità di emozionare e commuovere chiunque l’ascolti.
All’attività concertistica, Sissy affianca anche un’importante attività di didattica presentando masterclass su territorio internazionale e come docente al Dipartimento di Voce del prestigioso Berklee College of Music, di Boston.
Degno di nota è il suo costante lavoro culturale di promozione della Sicilia e della lingua siciliana nel mondo, attraverso la musica, l’insegnamento e la progettualità artistica.
Finalista all’International Songwriting Competition con uno dei suoi primi brani, “Africannu” e vincitrice del Live Art Boston Award, Sissy debutta nel jazz nel 2013 con il suo primo album “Intra Lu Munnu”.
Tra gli altri lavori, anche la collaborazione con il batterista e percussionista peruviano Jorge Perez-Albela, per il quale ha registrato come cantante solista il suo ultimo disco “The Time Is Now” in tre lingue diverse: inglese, spagnolo e portoghese. E, infine, il disco “SungDeep” in collaborazione con Joey Blake (Bobby McFerrin) per il quale Sissy apre con un suo dirompente arrangiamento vocale del famoso standard jazz “Afro Blue”.
Dopo “Sicily” e “Gira vota e furria”, “A METÀ (Fall in between)” è il nuovo singolo di Sissy Castrogiovanni, disponibile sulle piattaforme digitali e in rotazione radiofonica dal 28 Agosto.
«Decisamente il modo di stare con gli altri. In America si corre sempre, e si lascia poco spazio all’ “hang out”, ai pranzi, alle cene. Sono visti come dei contorni “inutili”, mentre per me è proprio lì, per esempio, che nasce la chimica tra i musicisti, la sintonia, la complicità di una band. Allora, per esempio, se andiamo in studio a registrare tutto il giorno, io porto lasagne, dolce e 2 bottiglie di vino, così si sta tutti meglio, più relaxed, e si tira fuori la parte migliore di noi!»
«Gira Vote e Furria, titolo anche di uno dei miei ultimi singoli. E poi tantissime, alcune non esattamente consigliabili da scrivere in una intervista. E poi c’è “minchia!” che è international, ma da noi prende mille significati diversi in base all’inflessione della voce, e questo è assolutamente intraducibile.»
«Sempre. È il commento e complimento che, in assoluto, mi arriva più spesso all’estero, ed è anche la ragione che mi ha spinto a continuare a fare musica, nonostante nessuno potesse capire parola per parola cosa stessi dicendo. A fine concerto, un pò increduli e a volte con le lacrime agli occhi, mi dicono “pur non capendo il siciliano, il messaggio arriva ed emoziona.” E poi mi ringraziano per le emozioni che hanno provato.
Io credo che la musica sia già un linguaggio da sé, e so per certo che viaggia su una parte del cervello diversa da quella coinvolta nel linguaggio in quanto lingua. Quindi arriva a prescindere dalla lingua in cui si sta cantando e a prescindere che tu conosca quella lingua o no.»
«La risposta a questa domanda la trovi all’interno del mio ultimo singolo “A METÀ (Fall in Between)”! È una domanda che mi fanno spesso, alla quale è difficilissimo rispondere, e quindi ho cercato di metterla in una canzone.»
«Il prezzo più alto è che non sei nel posto dove sei nato, cresciuto e dove hai, probabilmente, i legami più stretti. Ti perdi un sacco di cose, non ci sei nei momenti brutti e nemmeno in quelli belli. Sì, c’è sempre la telefonata o la video call, con il cuore sei lì. Ma di fatto, appena chiudi il telefono, il tuo cervello “switcha” e si dirige verso la prossima task che dovevi fare. E il dolore è tanto, ma non hai tempo né di processarlo né di piangerti addosso, “the show must go on” è uno dei primi motti Americani. Continui come un treno e amen. Nella canzone dico “ti anestetizza l’anima” perché, dopo un po’, diventa semplicemente normale e ti fa pensare di essere quasi insensibile, anche se non è affatto così.
E la beffa è che, dopo tanti anni all’estero, ormai hai anche un’altra casa, hai costruito tanto anche lì e quindi, adesso, non ci sei non solo in un paese, ma in due. Torni da un lato.. e ti perdi il resto dall’altro.
Il regalo più grande invece? Esattamente la stessa cosa vista dal punto di vista opposto. Adesso non hai una “casa”, ne hai due. Queste esperienze ti portano a stringere legami fortissimi con persone da ogni parte del mondo, che condividono con te lo stesso sentirsi “a metà” e, per questo, diventano la tua famiglia internazionale. Ti arricchisci di mille culture diverse, il modo di pensare si espande, esce dalla propria comfort zone, capisci che il punto di vista che credevi fosse l’unico e solo, in realtà, è un puntino minuscolo accanto a molti modi diversi di vedere e affrontare le cose. Costruisci attorno a te un’altra dimensione molto più ampia che prima non conoscevi.»
«Inglese, italiano, siciliano fanno parte di me. E poi c’è lo spagnolo, che rappresenta la mia porzione di vita vissuta in Spagna, dove ho iniziato a scrivere mescolando il Siciliano con il Jazz. Ci sono anche i miei primi Festival Jazz importanti, tutti in Centro America (Panama, Republic Domenicana) – e poi alcuni amici fraterni, Sud Americani, che all’inizio mi insegnarono l’inglese parlandomi in Spagnolo. E poi c’è mio figlio, il cui padre è Peruviano.
Inoltre la Sicilia è stata sotto dominazione Spagnola per centinaia di anni, motivo per cui anche il siciliano è molto simile allo spagnolo.»
«Ti giuro che non avrei mai immaginato di finire su un blog pop! Pop significa popolare, anche il jazz negli anni 30/40 era pop. Lo swing era pop. La gente si alzava e ballava, tutti lo cantavano, tutti si divertivano: era la musica popolare di quel tempo.
Oggi il jazz dovrebbe rubare al pop proprio questo. Qui in Italia vedo sempre troppa serietà legata al jazz, come se fosse questa musica colta da ascoltare in rigoroso silenzio, e dove spesso si vuole mostrare quanto si è bravi. Ma perché? Quando mai è stato così? Il jazz non è questo. E, fuori dall’Italia, non funziona così. Spesso la gente che non ama il jazz è scettica nel venire a un mio concerto, e poi a fine serata vengono e mi dicono “ma io non pensavo che il jazz potesse essere divertente”. Ai miei concerti si canta tutti insieme, si balla, si ride spesso sul palco e sotto, e poi ci si emoziona e magari ti esce pure qualche lacrima. Eppure è jazz, mescolato a tante altre cose.»
«Più che porterei, qualcosa che ormai porto da tanti anni: sicuramente l’elemento canzone. Qualcosa che il pubblico può cantare e in cui si può ritrovare. Un ritornello. Una melodia che rimane all’orecchio. E poi, ultimamente, mi piace molto l’idea di unire dei suoni elettronici e creare uno show pensato in tutti i dettagli, le transizioni, come si vede spesso nel pop, piuttosto che “improvvisato” come si vede nel jazz. Dove gli assoli degli strumenti non siano necessariamente troppo lunghi (come in un concerto jazz), ma fungano più da colori in funzione della musica e della storia che si racconta.
Di contro, nella produzione, sono assolutamente contro le classiche produzioni pop dove si tracciano tutti gli strumenti ad uno ad uno, e dove si ricalca nota per nota ciò che il produttore ha scritto nella demo. Credo che, in questo modo, si demolisca totalmente l’interazione tra musicisti che porta all’unicità di quel pezzo. Preferisco un approccio più “jazz”, se così lo vogliamo definire, dove si va in studio e si suona live. Io scrivo gli arrangiamenti di solito, creo delle demo, mock up, partiture in dettaglio, scrivo quello che penso per ogni strumento e do l’idea generale, ma poi chiamo i musicisti che, secondo me, brillano in quel brano e chiedo di metterci del loro, di interpretare quello che ho scritto secondo le loro influenze. Ed è così che nasce la vera contaminazione. La sassofonista del Medio Oriente ha un fraseggio specifico della sua terra, che qualcuno dal Sud America non ha, così come il batterista brasiliano suonerà con uno swing diverso dal batterista finlandese.
Metti in uno studio, la cantante siciliana, il batterista peruviano, il bassista americano, il pianista africano, la sassofonista israeliana, e il chitarrista finlandese e falli suonare insieme, non traccia per traccia. Ed è li che avviene la magia.»
«Un’etichetta che i media statunitensi mi hanno messo cercando di identificare la mia musica. Però a me piace molto, penso che abbiamo centrato il punto, sono sicilian e sono anche molto jazz nel mio modo di affrontare tutto, dalla vita alla musica. Rappresenta una personalità, più che un genere. E per me jazz vuol dire contaminazione, non significa solo scat e bebop. E quindi ci sono io in questa “etichetta” con tutte le contaminazioni che ho vissuto, che vivo e che vivrò. Contaminazioni che si evolveranno. E quindi “Sicilian-Jazz” è qualcosa di dinamico che si evolve nel tempo e che include mille sfaccettature diverse. Al contrario mi farebbe sentire in gabbia definirmi, pop/rock/jazz o qualsiasi altro genere.»
«Un coro immenso, fatto da tutti i musicisti e tutti i siciliani insieme. Tutte queste voci che diventano una, forte, intensa e assordante.»
«La lentezza nel fare le cose. A volte mi manca da morire, ma dopo 2 giorni in Sicilia mi fa uscire fuori di senno.»
«Sono emersa 17 anni fa quando me ne sono andata in America da sola e senza una lira, con una borsa di studio per il college più importante del mondo.
Sono emersa 2 mesi dopo quando ho cantato con Jack De Johnette.
Sono emersa 2 anni dopo quando ho iniziato a collaborare con Bobby McFerrin.
Sono emersa nel 2013 quando è uscito il mio primo album “Intra Lu Munnu”, dove si mischiava il jazz con il siciliano. Che qui in Italia non consideravano jazz, ma che nel resto del mondo mi dava l’accesso ai Festival Jazz Internazionali più importanti al mondo.
Sono emersa nel 2020 quando il mio disco “Terra”, uscito in piena pandemia, è diventato il primo disco interamente cantato in Siciliano ad arrivare al ballottaggio dei Grammy Awards in 4 categorie Jazz.
Ho cantato al Parlamento Europeo, alla Symphony Hall di Boston, al Blue Note di Pechino, Al Dome di Taipei, ai Festival jazz più importanti del Sud America, in Europa, USA, Asia e insegno al Berklee College of Music di Boston, conservatorio più importante al mondo, dove vengono accettate solo il 10% delle application.
Emergo tutt’oggi quando registro i miei dischi interamente Live e non uso l’AutoTune.
Ho 42 anni e una carriera di almeno 25 anni alle spalle.
No, non mi sento per niente un’emergente. Eppure l’unico posto dove devo ancora “emergere” è proprio l’Italia. Avrei potuto continuare a fare cose in America e nel mondo come ho sempre fatto, ma essere “a metà” significa anche voler provare ancora l’Italia per rivendicare il mio legittimo diritto di poter fare questo mestiere anche nella mia terra.»
«”Chiuri l’occhi e abballa, ca semi tutti cca’
Chiuri l’occhi e canta, sta musica
Chiuri l’occhi e sona, chiddu c’attrovi dda’
Chiuri l’occhi e ama…l’umanità.”»
Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.
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