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Intervista esclusiva a Salvo Lupo per il nuovo EP “Cu avi lingua passa u mari”
Intervista Salvo Lupo

Intervista esclusiva a Salvo Lupo per il nuovo EP “Cu avi lingua passa u mari”

Continua il nostro viaggio tra gli emergenti siciliani: dopo Lorenzo Castelli, oggi vi presentiamo Salvo Lupo, che porta il suo mondo musicale in “Cu avi lingua passa u mari”, attualmente in rotazione radiofonica.

Salvatore Lupo è un cantautore siciliano che, da ormai qualche anno, vive a Milano.

 

Inizia la sua carriera musicale suonando nelle band milanesi Lambrate Noise Exp. e Vinci e i Lupi, con le quali pubblica alcuni singoli, partecipando a concerti tra Milano e provincia. Nel 2023 inizia a lavorare al progetto Salvo Lupo in cui, lasciandosi ispirare dal cantautorato siciliano, propone inediti scritti prevalentemente in dialetto.

 

“Testa rutta” è il primo singolo pubblicato, che ha anticipato l’uscita dell’EP “Cu avi lingua passa u mari”.

“Cu avi lingua passa u mari” è un titolo che sembra quasi una dichiarazione d’intenti. Perché hai scelto questo proverbio per rappresentare il tuo primo EP?

«Ho scelto questo proverbio perché volevo sottolineare l’importanza della parola e della comunicazione come mezzo per far valere i propri ideali a prescindere dall’estrazione sociale o dal contesto da cui si proviene.»

 

Hai iniziato suonando in alcune band milanesi, per poi arrivare al progetto Salvo Lupo e a una scrittura prevalentemente in dialetto siciliano. Cosa ti ha fatto capire che quella era la strada che volevi percorrere?

«Ho iniziato per gioco, poi ho capito che quello che mi permetteva di esprimere era diverso rispetto a quello che potevo esprimere in italiano, riuscendo ad accedere ad una parte di me più intima.»

 

Vivi ormai da qualche anno a Milano, ma in questo progetto torni fortemente alla Sicilia. Quanto può cambiare il modo di raccontare la propria terra quando la si guarda da lontano?

«Grazie alla distanza, forse, ho messo a fuoco quello avrei voluto trattare, guardando le vicende narrate nell’EP da più punti di vista.»

 

Nel disco racconti Peppino Impastato, Felicia Bartolotta, Pippo Fava, Rita Atria e le sorelle Pilliu. Sono storie molto diverse tra loro: come hai scelto le cinque vicende da trasformare in canzone?

«In qualche modo sono state loro a scegliermi. Leggendo ed informandomi è sorta in me una forte empatia e rispetto per queste figure.»

 

Nel tuo racconto dici che questi personaggi ti hanno quasi “tuppuliato alla porta”. Qual è stata la prima storia che ha bussato e ti ha fatto pensare: da qui può nascere una canzone?

«Sono un po’ combattuto, ma credo che la prima sia stata quella su Peppino Impasto, “Onda Pazza”.»

C’è un personaggio dell’EP con cui senti di avere avuto il rapporto più particolare durante la scrittura? Una storia che ti ha richiesto più tempo, fatica o che ti ha lasciato qualcosa di inatteso?

«Il brano “A picciridda” parla della storia di Rita Atria. Rita era un testimone di giustizia, e per questo venne isolata dalla sua famiglia. Visse in solitudine, desiderosa di affetto ma anche di giustizia. La sua storia ha tanto da raccontare e, per questo, ho fatto molta fatica. Ricordo che ero bloccato e non riuscivo a trovare le parole giuste o gli accordi. Una sera però, ritornando a casa dopo aver visto uno spettacolo teatrale, ho scritto quello che mancava, di getto.»

 

Hai scelto di scrivere tutti i testi in siciliano. Il dialetto, per te, è una lingua del ricordo, uno strumento artistico o il modo più autentico per raccontare queste storie?

«È, al momento, lo strumento che mi permette di accedere ad una parte di me più intima, e conseguentemente ad essere più sincero. Quindi, credo che sia decisamente il modo più autentico per raccontare queste storie.»

 

Nel disco convivono denuncia, ideali, resistenza e coraggio, ma anche una certa delicatezza nei ritornelli. Quanto è stato importante non raccontare queste storie soltanto attraverso la rabbia?

«Sicuramente, raccontandole con il filtro della rabbia, avrei perso di vista tutta la delicatezza, ma anche l’affetto, che queste storie portano con sé. L’idea non era scriverle per denunciare, ma per umanizzare queste storie e, quindi, provare a rappresentare quello che portano con se: rabbia, coraggio, resistenza, amore, giustizia.»

 

Il filo conduttore dell’EP è anche il rifiuto della rassegnazione e dell’indifferenza. Secondo te, oggi cosa significa davvero “resistere” attraverso la musica?

«La prendo un po’ alla lontana, ma forse resistere significa, in primis, essere sinceri con sé stessi e con quello che si vuole dire. Se accettiamo questo, oltre alla paura di non piacere, le logiche del mercato passano in secondo piano e viene fuori quello di cui abbiamo bisogno di esprimere, che sia un amore mancato o l’attaccamento a temi sociali.»

 

Raccontare personaggi così importanti significa anche confrontarsi con una memoria collettiva molto forte. Hai mai avuto paura che la musica potesse non essere all’altezza delle storie che volevi raccontare?

«La paura scaturiva più dalla difficoltà di concentrare queste storie in poche righe, per questo è stato un lavoro molto lungo. Ma sono molto soddisfatto del risultato finale.»

Sei partito dalle band, hai vissuto la scena milanese e oggi ti presenti con un progetto profondamente siciliano. Se dovessi descrivere il tuo percorso fin qui senza usare la parola “cantautore”, cosa diresti?

«È stato un percorso di crescita, che mi ha portato a farmi crescere non solo come musicista, ma soprattutto come canta-storie. In questi anni, infatti, la scrittura è cambiata molto.»

 

Milano ti ha dato qualcosa che oggi senti dentro la tua musica e che, forse, non avresti trovato restando in Sicilia?

«La perseveranza.»

 

Se togliessimo per un attimo i temi importanti, i personaggi e la dimensione sociale, chi è Salvo Lupo quando scrive semplicemente una canzone per sé?

«Quando scrivo una canzone mi sento come qualcuno che riceve un regalo stupendo e non vede l’ora di spacchettarlo per condividerlo con gli altri.»

 

Qual è la cosa più siciliana che hai conservato vivendo a Milano e quella che invece Milano ti ha insegnato a perdere?

«Le ‘e’ aperte nella dizione. Milano, invece, mi ha fatto perdere la calma. Vado sempre di fretta.»

 

Qual è la cosa più siciliana che hai conservato vivendo a Milano e quella che invece Milano ti ha insegnato a perdere?

«Le ‘e’ aperte nella dizione. Milano, invece, mi ha fatto perdere la calma. Vado sempre di fretta.»

 

Se potessi far ascoltare una sola canzone dell’EP a una persona che non conosce né Salvo Lupo né la Sicilia, quale sceglieresti e cosa le diresti prima di premere play?

«Le/gli farai ascoltare “Testa rutta”, le/gli direi che è il canto di una madre che perde il figlio in modo atroce.»

Scritto da: Rosaria Vecchio

Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.

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Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.

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