Autore, produttore e sound engineer, Eugenio Maimone ha contribuito alla nascita di numerosi brani del pop italiano, lavorando al fianco di artisti e progetti di grande rilievo. Un percorso costruito tra scrittura, produzione e studio, che lo ha portato a collezionare importanti collaborazioni e traguardi, fino anche al palco di Sanremo. Lo abbiamo incontrato per parlare del suo lavoro, del rapporto con gli artisti e di tutto ciò che si nasconde dietro la nascita di una canzone.
«È molto importante. Da una parte è una questione di esperienza: con il tempo si impara a riconoscere più velocemente quando c’è qualcosa di speciale in un brano. Dall’altra, però, è anche una sensazione istintiva.
In questo ci aiuta molto il fatto di lavorare in team. Quando quella scintilla si accende contemporaneamente in più persone è un segnale importante, significa che c’è qualcosa che ci sta davvero coinvolgendo.»
«È stata una sessione molto divertente, anche perché la canzone è nata in modo piuttosto spontaneo, senza doverci ragionare troppo. Il primo spunto che ci è venuto è stato proprio l’attacco del ritornello, ed è arrivato quasi subito. Da lì abbiamo percepito quella famosa scintilla e abbiamo capito che c’era qualcosa su cui valeva la pena lavorare.
Insieme ad Alessandro La Cava e Federica Abbate abbiamo costruito la canzone, mentre successivamente Sal e suo figlio Francesco hanno lavorato sulle strofe e sul testo. È stato un processo molto naturale, in cui ognuno ha portato il proprio contributo.»
«Sicuramente la sua umanità, la simpatia e la grande professionalità. Tra i momenti che ricordo con più piacere c’è sicuramente la “lezione di napoletano” che ci ha fatto in studio, dopo aver avuto il lampo di genio di inserire la parola “accussì” nel brano.»
«Fin dall’inizio ci è sembrata una canzone forte, con il potenziale per arrivare a tante persone. Però, sinceramente, non avremmo mai immaginato che potesse arrivare così lontano e vivere un percorso del genere.»
«Sicuramente una parte del mio passato nel mondo elettronico e dei DJ si sente ancora nel mio modo di produrre. Dipende molto dal tipo di canzone: nei brani più up, per esempio, esce di più perché abbiamo una sensibilità maggiore nel capire quanto un pezzo possa essere ballabile. È un po’ una deformazione professionale che ci portiamo dietro.»
«Bella domanda. Io cerco prima di tutto di capire la persona che ho davanti. Ogni artista ha il suo carattere e il suo modo di vivere la musica, quindi anche il modo di lavorare insieme cambia. Con qualcuno magari puoi essere più diretto, con qualcun altro devi lasciare più spazio. Alla fine bisogna trovare il modo giusto per entrare in sintonia.»
«Crescendo ho capito che ciò che mi appassionava davvero era il processo di creazione della canzone, più che la sua resa durante la performance. La vita da artista è molto impegnativa e, con il tempo, ho scoperto di trovarmi meglio dietro le quinte. Oggi è una dimensione in cui mi sento molto a mio agio, soprattutto perché la condivido con un team affiatato come il nostro.»
«Per noi sono due cose molto legate, perché di solito produciamo i brani che abbiamo anche contribuito a scrivere e, quindi, li seguiamo dall’inizio alla fine. Quando, invece, ci arriva una canzone già scritta, cambia un po’ il lavoro: cerchiamo di metterci del nostro, ma partendo dall’idea di qualcun altro e provando a valorizzarla al massimo.»
«Sì, sempre. Nonostante le esperienze che abbiamo fatto, non lo diamo mai per scontato, anche perché la musica è imprevedibile. Noi crediamo in ogni canzone su cui lavoriamo, ma alla fine è sempre una scommessa. Quando un brano esce, poi, passa alle persone e prende una strada che non possiamo controllare. Ed è proprio questo il bello.»
«Sicuramente il fatto di essere un vero team. Ci confrontiamo continuamente, ci scambiamo idee e feedback e ognuno porta il proprio punto di vista. Alla fine è proprio dalla sintesi di tutti questi contributi che nasce il nostro modo di lavorare e, secondo me, è ciò che ci caratterizza di più.»
«Oggi sono sicuramente molto più vicino al mondo del pop, anche per il percorso che ho scelto di intraprendere, ma non rinnego assolutamente la mia storia. Non ho mai smesso di ascoltare musica elettronica e, più in generale, mi piace la musica a prescindere dal genere.»
«Probabilmente Ghali. Mi dà l’idea di essere un artista molto aperto alla sperimentazione e, pensando a lui, mi vengono subito in mente alcuni mondi musicali che mi piacerebbe provare a esplorare insieme.»
«Qui vado sul sicuro: un brano french house con i Daft Punk. Forse è una risposta fin troppo facile, ma sarebbe sicuramente un sogno.»
«Sicuramente sono molto contento e soddisfatto di quello che abbiamo raggiunto, ma non cambia la voglia che ho di continuare a fare questo lavoro. Anzi, un traguardo del genere ti fa venire ancora più voglia di tornare in studio e fare qualcosa di nuovo.»
«È difficile sceglierne una, perché sono legato a tutti i brani a cui abbiamo lavorato. Se devo dirne una, però, scelgo “Amore Disperato”: è una canzone che, ogni volta che la ascolto, riesce ancora a emozionarmi.»
Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.
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