Dopo avervi segnalato Campi (cliccate qui per rileggere l’intervista), oggi vi presentiamo Chimera, attualmente in rotazione radiofonica con “Grazie bastardo”, il suo nuovo singolo. Conoscetelo meglio nella nostra intervista!
Dietro il nome Chimera c’è Antonio Tosto, siciliano classe 2001, un giovane artista che ha trasformato l’urgenza di raccontarsi in un pop ibrido, volutamente difficile da etichettare, sempre in movimento, ma con un’anima riconoscibile.
Inizia il suo percorso da autodidatta al pianoforte a soli 10 anni, sviluppando sin da subito una scrittura che unisce la sensibilità del cantautorato classico a un linguaggio moderno, talvolta ironico e spudoratamente sincero.
Dopo una serie di pubblicazioni indipendenti che ne hanno delineato i contorni, Chimera approda in Island Records/Universal Music Italia, inaugurando un nuovo capitolo artistico. Qui, affiancato dal produttore Luca Mattioni, ha dato vita a un sound che naviga tra suggestioni sonore anni ’90, chitarre graffianti e melodie avvolgenti.
La musica di Chimera è un contrasto continuo: un timbro caldo e riconoscibile, che poggia su testi che sanno essere dolci e amari allo stesso tempo. Ispirato dal nichilismo di Luigi Tenco quanto dall’energia degli Strokes, Chimera scrive per dare forma a immagini quotidiane, trasformando il “malessere” in una nostalgia leggera, smussata da un’ironia tagliente. Per lui la musica non è solo un mestiere, ma uno scopo: quello di creare uno spazio dove l’ascoltatore possa riconoscersi, ridere di un errore e, un attimo dopo, emozionarsi.
«A dieci anni ho iniziato a suonare per gioco il pianoforte, dedicandomi alla musica classica da autodidatta. Durante l’adolescenza ho scoperto il cantautorato italiano, da Tenco a De André, iniziando ad abbinare le abilità acquisite al pianoforte a delle prime prove di testi/canzoni. Dopo il diploma ho messo tutto il mio tempo e le energie per scrivere e cercare stimoli. Proprio De André ha ispirato il mio nome d’arte, Chimera, da un’intervista in cui parlavamo del rapporto tra Uomo e Utopia. (Da Utopia il sinonimo Chimera).»
«Sicuramente il momento più fastidioso è quando l’orecchio musicale viene limitato dalla mancanza di uno studio tecnico. Per quanto intuitivo possa essere scrivere una canzone, cerco sempre di mantenermi su dei binari strutturali per dare una forma alla canzone quanto più coerente possibile. Oramai, dopo anni, riconosco i miei limiti e sto studiando molto perché possa migliorare anche sotto il lato tecnico dello strumento.»
«Diciamo che, all’inizio, avevo una visione di musica abbastanza distorta. Nel momento stesso in cui scrivevo un brano cercavo sempre la pesantezza del testo o della melodia. Ho capito che, in realtà, la musica non è solo melodramma o malinconia, e non solo la tristezza è in grado di suscitare un’emozione che resti dopo un ascolto. Grazie a Luca Mattioni e al team di musicisti con cui lavoro, riesco a prendere più alla leggera anche la mia stessa musica, per cercare di usare più la ‘pancia’ che la testa nella scrittura.»
«Come tutti i miei pezzi, anche questo è autoreferenziale. In questo brano mi sento di dire che ci sono più esperienze mescolate, nonostante l’inizio sia partito per un chiaro nome e cognome nella mia testa. Ho provato ad immaginare la fine con l’amarezza dell’altro lato, dove io recito volentieri il ruolo del cattivo, dell’infantile, del ‘coglione’ come dico nel testo, e finisco per essere solo un ricordo amaro.»
«Ultimamente mi ritrovo ad essere molto fan di canzoni che ti fanno saltare dalla sedia per le parole usate. Per quanto nella testa abbiamo chiari i ritornelli e la melodia, le parole sono il fondamento portante per lasciare un’impronta e stupire chi ascolta. Io quando scrivo cerco sempre di andare in una direzione che stupisca anche me nel momento stesso in cui la ragiono e la scrivo, non sempre riesco a non essere banale, ma provo a curare l’aspetto delle parole che uso.»
«Pop emotivo con radici cantautorali italiane e un’attitudine indie-rock internazionale: diretto nei testi e un sound moderno e contaminato.»
«A partire da Luigi Tenco, all’indie rock dei The Strokes, al rap di Ernia o Massimo Pericolo. Mi piace molto lo storytelling del rap e renderlo in chiave pop può essere secondo me una chiave di svolta. In generale vengo influenzato da qualsiasi cosa io ascolti. Sono un grande fan di Tananai e del suo percorso.»
«Moltissimo. Io credo che l’ascolto di una canzone, se fatto in maniera attenta, può emozionarti e cambiarti anche semplicemente l’ora successiva della tua vita. Naturalmente, forse per l’utilizzo del pianoforte, tendo a melodie più nostalgiche che ballabili e, quindi, usare un linguaggio a volte più tagliente e spiazzante mi aiuta ad equilibrare canzoni che, altrimenti, sarebbero pesanti e nauseanti pure per me.»
«Mi fa paura. Più che la saturazione di un mercato che uccide la musica da un venerdì all’altro, l’avvento di tecnologie artificiali mi fa sentire sostituibile. L’idea di vedere una macchina capace di scrivere mille canzoni in un secondo e anche molto belle. Viceversa la competizione con gli altri mi sprona e mi ispira continuamente, ‘rubo’ più ad artisti emergenti come me, che trovo per caso, che ai big.»
«Autocritico, pessimista, determinato.»
Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.
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