Dopo avervi segnalato Kanestri (cliccate qui per rileggere l’intervista), oggi vi presentiamo Filippo Ferrari, attualmente in rotazione radiofonica con “Difendere”, il suo nuovo singolo. Conoscetelo meglio nella nostra intervista!
Filippo Ferrari è un cantautore milanese classe ’92.
Si avvicina alla musica quando a 10 anni gli hanno chiesto “ti va di studiare pianoforte?”. Tutto sommato non era nemmeno un cattivo studente, è solo che ha sempre preferito fare di testa sua, perché belli i preludi di Bach, ma all’epoca era appena uscito “9” di Eros Ramazzotti e “Salirò” di Daniele Silvestri.
Si è accorto in fretta che, mettendo insieme degli accordi, delle audiocassette vergini e un registratore portatile si poteva fare musica, ed è per quello che sin da subito ha unito lo studio della musica con la scrittura.
A 14 anni scopre il rock e decide che il piano gli andava stretto portandolo ad imbracciare la prima chitarra. Da lì inizia i soliti percorsi di un qualsiasi adolescente milanese che voglia fare musica: suona con i Garden of Madness, i May Fever e successivamente i Gravita, tre progetti alternative con i quali ha bazzicato i locali di tutta Milano.
Dopo il diploma frequenta la Rock Guitar Academy di Milano e si diploma alla scuola civica di Musica Claudio Abbado in Composizione Elettronica. Nel frattempo entra a far parte degli Alzamantes, band Folk Rock World Music con i quali gira tutt’ora l’Italia, accostando sonorità Rock a quelle più morbide della musica popolare.
L’esigenza continua di fare musica porta Filippo ad aprire il suo studio, Studio XLR, dove lavora come fonico e produttore musicale.
Tra il 2024 e il 2026 affronta un intenso periodo di scrittura dove mette le basi per quello che sarà il suo progetto solista. Tutte le esperienze e influenze che ha racimolato negli anni lo hanno portato a trovare casa nel cantautorato italiano contemporaneo, mixando strumenti acustici e sintetizzatori,
vocalità più intime a situazioni corali coinvolgenti e suggestive.
Il 23 Giugno 2026 pubblica il primo singolo “Difendere“, che segna l’inizio del suo percorso.
«Non so il momento esatto in cui si è sbloccata quella cosa. Diciamo che vedere le persone e rendermi conto dei problemi e delle preoccupazioni che ognuno si porta dietro mi ha fatto pensare che non volevo vivere la mia vita così, che doveva esserci un altro modo di affrontare le cose.
Lo spunto per il pezzo è nato all’inizio di una nuova relazione, quando ho visto che l’altra persona non riusciva a godersela a pieno e mi ha detto “scusa, è che non sono abituata ad essere felice”. Il resto è venuto un po’ da se.»
«Sì, è uno dei punti cruciali della canzone. Sono molto più frequenti i dispiaceri che le gioie e, purtroppo, è normale, è molto più facile e veloce distruggere qualcosa che costruirlo, come demolire un palazzo o perdere in un secondo la fiducia di qualcuno. E, allora, spesso in quei momenti di gioia ci frulla in testa la domanda “dov’è la fregatura?” oppure “fin quando durerà?”. Viviamo in un costante stato di tensione, quando vediamo una mano che si avvicina ci ritraiamo per la paura che sia uno schiaffo e non una carezza.»
«Quasi sempre. Abbiamo un panorama musicale dove è difficilissimo non soltanto emergere, ma anche solo ritagliarsi un piccolo spazio, è sotto gli occhi di tutti. Può succedere, quindi, che quando si ha tra le mani qualcosa in cui si crede davvero ci si faccia mille problemi a pubblicarla per la paura che cada completamente nel vuoto. Si instaura un meccanismo per il quale finché non pubblichi non può andare male. Poi capiamoci, per un artista emergente non ha senso pensare ai numeri (e forse anche qualcuno di già emerso dovrebbe pensarci un po’ meno), ma al tempo stesso un certo tipo di riscontro lo si cerca, è fisiologico e umano. Poi, però, arriva il momento in cui ti accorgi che se aspetti il momento giusto non arriverà mai, e allora ti dai una svegliata.»
«In realtà è stato facile, non c’è quasi mai stato un momento in cui abbia lavorato da produttore al completo servizio delle aspettative di qualcun altro. Chi si è rivolto a me l’ha quasi sempre fatto conoscendo il mio mondo sonoro, è stato più difficile quando da produttore son dovuto venire incontro ad esigenze specifiche che esulassero da quello che era il mio background. Diciamo che ho trovato più complicato tenere a bada le mie idee quando non lavoravo in tutto e per tutto alla mia musica rispetto ad adesso, che nel bene e nel male posso assecondarle al cento per cento.»
«Sì, totalmente. Poi è chiaro che non si può applicare ad ogni genere, ma ho sempre pensato che la musica che mi prende di più sia quella dove sento l’essere umano che c’è dietro a una canzone, come se quello che dice fosse più vero e più sentito. In un periodo come questo, dove c’è una fortissima omologazione, per non parlare dell’arrivo dell’AI, mettere a nudo la persona che si cela dietro a un brano gli dà un’intensità completamente diversa. È anche un modo per avere un sound più originale, perché l’imperfezione non è emulabile e da quel tocco di imprevedibilità, tanto che se riregistrassi dieci volte lo stesso pezzo non verrebbe mai uguale anche soltanto per tutti i suoni che ci sono tra una nota e l’altra.»
«In realtà no, forse paradossalmente mi sento più fuori posto adesso dove non ho la protezione di una band e devo autodefinirmi prima ancora di ricevere una sorta di validazione esterna. Poi, in realtà, tutte le influenze che ho avuto vanno a comporre un quadro che è esattamente dove sento di voler stare. Tra gli artisti che amo di più in questo momento mi capita spesso di sentire il rock, di sentire momenti più intimi con strumenti acustici che si vanno a mischiare con parti elettroniche. Il cantautorato contemporaneo è molto ibrido e mi ci ritrovo perfettamente.»
«Di base sono abbastanza timido e per quanto abbia sempre pensato che avrei voluto uscire con un mio progetto, l’idea di pubblicare qualcosa di mio con tutto ciò che comporta, come dover mettere il mio faccione su Instagram dicendo “ehi questa è la mia musica valla a sentire” non mi entusiasmava, all’interno di una band è più facile. Poi, in realtà, è stato il culmine di un percorso dove mi sono accorto che non riuscivo più a cantare parole che non avessi scritto io, a suonare note che non avevano un significato specifico per me. La musica, almeno quella che piace a me, comunica, dice cose, ma dev’essere anche sincera. L’unico modo per riuscire a farla in questo modo era suonare e cantare canzoni scritte solo da me.»
«Per quanto ami anche artisti molto più criptici, mi sono accorto che affrontare un discorso partendo da cose appartenenti ad un immaginario semplice aiuta a farmelo arrivare con molta più energia. Un po’ come la differenza tra il guardare una serie tv in inglese e in italiano. L’inglese lo parlo e lo capisco, ma c’è dentro la mia testa un traduttore automatico che va a smorzare l’impatto delle parole, quando si parla nella nostra lingua nativa, che in questo caso è la quotidianità, tutto arriva diretto. Penso che le cose più semplici siano le più forti, poi bisogna stare attenti a non scivolare nel banale. Semplice e semplicistico sono due parole simili, ma nella musica sono il giorno e la notte.»
«Quando dico “e per proteggerti rimandi anche l’estate”, mi sono accorto che è esattamente quello che ho fatto aspettando fino ad ora per pubblicare questo pezzo. Ho rimandato una cosa bella per scongiurare il rischio che potesse essere fonte di una qualche delusione.
Invece per la seconda parte “ogni associazione a delinquere ha sempre il suo tribunale” devo dire che, ogni volta che me la risento, mi faccio pat pat sulla schiena. Mi piace molto perché, nonostante la cacofonia delle parole, si inserisce perfettamente e con naturalezza nella canzone.»
«Non lo so, col tempo forse capirò se l’attesa mi ha permesso di uscire con qualcosa di maturo al punto giusto o se, alla fine, ho solo aspettato per niente. Ora come ora direi che non è un vantaggio. La direzione è quella di cercare artisti sempre più giovani ed è normale, il pubblico tende a rivedersi in artisti più o meno coetanei e nella fascia di età tra i 18 e i 27 anni è il momento in cui si è più aperti alle novità. Il pubblico della mia generazione, spesso, ha gusti più radicati ed è diffidente a scoprire nuovi autori. Ho 34 anni, non sono tanti, ma inizio a vedere che molti concorsi e bandi sono riservati agli under 35, Sanremo Giovani ha abbassato il limite di età a 29 anni. Non che fosse una mia aspirazione, ma è tutto un insieme di cose che mi fa pensare “ok, non è mai troppo tardi, ma siamo al limite, me la devo giocare bene”.»
«Il mio augurio, a chi dovesse prendere qualcosa da questa canzone, è che impari a farsi scivolare addosso le preoccupazioni e che capisca che non vale la pena vivere nella paura che qualcosa vada storto, che se a qualcosa non c’è rimedio il dolore non lo aggiusterà, ma se c’è una cosa bella, va difesa e goduta per tutto il tempo che dura. E, forse, è proprio il motivo per cui ho deciso che fosse il momento di pubblicare questo pezzo.»
Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.
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