Dopo avervi segnalato Filippo Ferrari (cliccate qui per rileggere l’intervista), oggi vi presentiamo Frame, attualmente in rotazione radiofonica con “Fermo immagine”, il suo nuovo album. Conoscetelo meglio nella nostra intervista!
Frame, nome d’arte di Francesco Melito, è un rapper, autore e produttore musicale romano classe 2003. Avvicinatosi al pianoforte da piccolo, ha iniziato a scrivere e registrare da autodidatta la propria musica.
Il suo primo singolo “Urlare” è uscito nel 2020 e ha conquistato un posto nelle playlist di Spotify, quali Generazione Z e New Music Friday, apparendo anche in realtà come La Repubblica e TGR Lazio.
Oltre la musica è cofondatore dello studio Turno 60, dove lavora anche come produttore, mixing e mastering engineer.
Quello di FRAME , è un viaggio non solo dell’artista, ma anche di Francesco: un ragazzo che racconta, attraverso l’arte, il sé bambino, sino ad arrivare alle prime incrinature sentimentali, gli scenari apocalittici dati dall’incertezza del presente e del futuro. Ed è proprio attraverso uno stile innovativo che tutto questo prende forma, divenendo non solo messaggio per sé
stesso ma anche, e soprattutto, per gli altri.
«Credo che la memoria serva prima di tutto a sopravvivere. Ricordare ciò che abbiamo vissuto ci permette di riconoscere i pericoli, evitare di ripetere gli stessi errori e orientarci nelle scelte future. È inevitabile che, con il tempo, ogni ricordo venga in parte riscritto: la memoria non è una registrazione perfetta, ma un processo vivo che cambia insieme a noi. Per questo la immagino come un libretto di istruzioni per il futuro, scritto da noi stessi attraverso le esperienze che abbiamo vissuto.»
«Mi è successo continuamente quando ero più piccolo. Non a caso, prima di fare musica, facevo il prestigiatore. Avevo il desiderio costante di sorprendere gli altri con qualcosa che non fosse reale. A volte, però, volevo essere io dalla parte del pubblico: provavo gli effetti davanti allo specchio finché non riuscivo a stupire persino me stesso. Col tempo ho capito che quel bisogno di creare illusioni non riguardava solo la magia, ma anche il modo in cui raccontavo la mia vita. Mi costruivo una versione più comoda della realtà e finivo per crederci davvero, raccontandola prima a me stesso e poi agli altri. Crescendo questa dinamica è cambiata. Ho lasciato la magia per la musica, che per me rappresenta quasi l’estremo opposto: un linguaggio in cui le illusioni durano poco e in cui, alla fine, è solo la verità a creare una connessione autentica con chi ascolta.»
«Sicuramente fare questo disco è stato terapeutico sotto questo punto di vista. Però ho anche capito che non è possibile lasciare scorrere tutto completamente: è nella nostra natura aggrapparci, anche in modo inconscio, a momenti traumatici del passato. A volte, paradossalmente, può perfino risultare confortante restare legati a certe immagini.»
«Bella domanda. Lavorare da solo mi permette, a volte, di seguire liberamente il mio flusso di pensieri e le mie idee con i miei tempi. Però, in realtà, sono più spesso circondato da persone quando scrivo o compongo. Dario, che mi ha seguito nella direzione artistica di questo disco, è stato una presenza fondamentale: mi ha aiutato ad affrontare davvero i concetti che volevo esprimere, spingendomi a non abbellirli per forza e a lasciarli più schietti e sinceri. Per quanto riguarda il mix, è un discorso diverso. Lì la difficoltà sta nel capire quando un brano è davvero finito, quando è il momento di esportarlo e non rimetterci più mano. Come si dice spesso tra fonici, infatti, “i mix si abbandonano, non si finiscono”.»
«In realtà siamo la stessa persona. Non credo ci sia una separazione netta tra Francesco e Frame. Però, quando faccio musica, succede qualcosa: mi sento invincibile, completamente nel mio elemento, come se riuscissi a esprimere la versione più autentica e completa di me stesso come artista. Quando torno alla vita di tutti i giorni e rientro nei panni di Francesco, invece, riemergono anche le insicurezze. Mi metto in discussione molto di più, mi faccio domande, dubito. La musica è il luogo in cui quelle voci si spengono e riesco a vedere con più chiarezza chi sono.»
«Mi capita più spesso di partire da un suono e poi capire quale sia la sua leva emotiva. Alla fine ascolto molti generi diversi, quindi ogni scelta sonora porta a più direzioni possibili. La vera sfida è riuscire a tradurre un’emozione in suono: è la parte più complessa del processo, ma anche quella più gratificante. Se il suono è giusto, il brano è immortale.»
«La mia musica viene dopo il mio spazio personale. Sono una persona che tiene molto alla propria camera: la riordino, ne cambio l’arredamento, è esattamente il mio riflesso.»
«Al contrario, sono molto aperto a questa profondità e alle possibili reinterpretazioni di ciò che scrivo. Credo che chi fa musica e scrive testi debba accettarlo fin da subito, è una delle prime condizioni di questo lavoro, lasciare che le proprie parole vivano anche al di fuori di sé.»
«Sto ancora cercando di capirlo, ma credo che sarebbe fiero di me. Non perché abbia fatto tutto nel modo giusto o perché non abbia commesso errori, ma perché ho sempre cercato di seguire ciò che sentivo fosse la strada migliore per me. Penso che il mio io bambino riconoscerebbe soprattutto questo: la volontà di non tradire quella curiosità e quella sensibilità che aveva già allora.»
«Sì, inizialmente l’ho tenuta da parte, è una canzone con una storia completamente sua, molto personale, e per questo avevo il dubbio che, forse, stessi mostrando troppo di me. Poi, mentre il disco prendeva forma, ho iniziato a percepire che quel brano fosse un punto fermo: anche se aveva un percorso indipendente, apparteneva a quell’insieme di emozioni e pensieri che volevo raccontare. La paura più grande era quella di aver detto troppo, di essermi esposto oltre il limite. Però, ogni volta che la facevo ascoltare a qualcuno, la reazione che ricevevo era diversa da quella che temevo: le persone non vedevano solo la mia storia personale, ma riconoscevano soprattutto la mia identità artistica. Ed è stato quello a convincermi che il brano doveva uscire.»
«Credo che il problema nasca quando i social smettono di essere uno strumento e diventano un luogo in cui abitare costantemente. Se rimani troppo dentro quella dimensione, il rischio è di creare un conflitto con la persona che sei al di fuori di essa, l’immagine che mostri può iniziare a prendere il sopravvento sulla tua identità reale. La vita online deve essere un’estensione di ciò che sei, non una sostituzione. La concentrazione e la creatività hanno bisogno anche di spazi vuoti, di silenzio e di momenti in cui non devi necessariamente essere visto.»
«Penso che la cosa più bella della musica sia proprio il fatto che posso decidere io cosa rappresenti per me, momento dopo momento. Può essere un rifugio quando ne ho bisogno: un luogo in cui tornare, dove so di cosa parlare e quale atmosfera sonora creare per sentirmi al sicuro. Allo stesso tempo, può diventare il modo per uscire da quel rifugio, espormi e condividere una parte di me con gli altri. Quando sento il bisogno di aprirmi, di guardare fuori e confrontarmi con il mondo, anche la musica cambia insieme a me.»
«Sicuramente l’uscita del primo “FERMO IMMAGINE”. Non solo per il disco in sé, ma per tutto quello che rappresenta: il momento in cui ho deciso di fermare un pezzo della mia vita e condividerlo con gli altri.»
«Credo che questa sia una delle paure che stanno alla base del famoso “blocco dello scrittore”, ed è qualcosa con cui ho combattuto spesso. A un certo punto ti chiedi se hai già detto tutto quello che avevi da dire. Con il tempo, però, ho capito che il punto non è trovare ogni volta una verità più grande o una confessione più profonda. La sincerità non dipende tanto dai fatti che racconti, quanto dalla prospettiva con cui li guardi. La stessa esperienza può assumere significati completamente diversi in momenti diversi della vita. C’è un libro che mi ha aiutato molto a mettere a fuoco questa idea, “The Creative Act: A Way of Being” di Rick Rubin. Parla del processo creativo come di un modo di stare al mondo, e mi ha ricordato che, finché continui a cambiare tu, cambierà anche il modo in cui osservi e racconti la realtà.»
«Assolutamente no. Sia i momenti belli che quelli più dolorosi mi hanno reso la persona che sono oggi. Non credo abbia senso cancellare i rimpianti o cercare di eliminare le esperienze che ci hanno ferito, perché fanno parte del nostro percorso. Per me il punto non è cambiare il passato, ma il modo in cui lo elaboriamo. È lì che avviene la crescita: non nell’assenza del dolore, ma nella capacità di costruire qualcosa intorno a ciò che abbiamo vissuto. Se questo disco è nato da quei ricordi, allora significa che anche le ferite hanno avuto un senso.»
Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.
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