Artisti Emergenti

Intervista esclusiva a Ciulla per il nuovo album “Anche gli sputi riflettono il sole”
Intervista Ciulla

Intervista esclusiva a Ciulla per il nuovo album “Anche gli sputi riflettono il sole”

Dopo avervi segnalato Layana (cliccate qui per rileggere l’intervista), oggi vi presentiamo Ciulla, attualmente in rotazione radiofonica con “Anche gli sputi riflettono il sole”, il suo nuovo album. Conoscetelo meglio nella nostra intervista!

Ciulla scrive musica dalle scuole medie e non vede alternativa al futuro.


Dal 2010 fa parte dei Violacida, con cui pubblica gli album “Storie mancate e “La migliore età (Maciste Dischi, 2016). Successivamente vince al Rock Contest di Controradio il Premio De Pascale per la miglior canzone in italiano.

 

Nel 2019 pubblica il suo primo lavoro solista, “Canzoni dal quarto piano, con la produzione artistica di Fabio Grande (Galeffi, Lil Kvneki, Colombre, Mariantonietta). Dopo l’esperimento de “L’album dei ricordi (2020) e il singolo “Irreversibile (2021), a Febbraio 2023 esce il disco L’arte di star bene per Costello’s Records, prodotto insieme a Federico Carillo. Con Nuova luce – uscita a fine 2025 – e i tre primi singoli del 2026, Hollywood, FOMO e Ritorno a Napoli, il 15 Maggio è uscito il suo nuovo disco Anche gli sputi riflettono il sole.

“Anche gli sputi riflettono il sole” nasce nel buio, ma continua a cercare un bagliore. In che momento della tua vita hai iniziato a scriverlo?

«La scrittura del disco si sviluppa tra il 2022 e il 2024, anni in cui la mia vita è stata completamente stravolta: ho chiuso una lunga relazione, mi sono trasferito e innamorato perdutamente, ho conosciuto persone che mi hanno profondamente segnato e ho intrapreso una nuova carriera da DJ e organizzatore di eventi. Sono stati anni bellissimi che ricorderò per avermi donato una nuova luce. La composizione dell’album, iniziata in un periodo di forte perdizione e incertezza, si è conclusa in un momento di completa rinascita e riscoperta personale.»

 

Rispetto a “L’arte di star bene”, cosa senti che è cambiato nel tuo modo di guardare te stesso?

«Durante la scrittura del disco precedente parlavo esclusivamente a me stesso: era un’analisi personale del me di quell’epoca, che cercava continuamente un’idea di stabilità senza trovarla. Questa volta voglio avere uno sguardo più completo sul mondo: da qui nascono canzoni come “Hollywood” o “Politik”, che denotano uno sguardo politico sulla società che mi ha sempre affascinato, ma che, fino a oggi, non avevo mai inserito nelle mie canzoni. A livello musicale, poi, ho recuperato alcune sonorità sporche ed elettriche che nei miei due dischi precedenti avevo quasi completamente lasciato da parte. Non vedo l’ora, infatti, di suonarlo in giro con la band.»

 

Se dovessi descrivere questo album come una città, una stagione e un orario della giornata, cosa sceglieresti?

«Come città rispondo Firenze, perché qui mi sono trasferito, ho intrapreso una nuova vita e ho composto alcune delle canzoni che fanno parte del disco. Come stagione, invece, direi la primavera, visto che nel disco si parla molto di riscoperta personale e rinascita. Per quanto riguarda l’orario, viene naturale pensare all’alba: d’altronde, come abbiamo detto all’inizio, questo è un disco che nasce nel buio, ma che vuole cercare un bagliore.»

Intervista Ciulla
C’è un’idea molto precisa nel disco: trovare luce anche nelle cose più storte o marginali. È una forma di resistenza?

«È l’unico modo per andare avanti, per esempio, in un mercato musicale modaiolo, patinato e superficiale. È un invito a considerare ciò che sta ai margini e che, solitamente, non viene illuminato dai riflettori della ribalta. Da quando sono il direttore artistico di Setteminuti, un format di musica inedita itinerante che si svolge prevalentemente a Firenze, mi sono reso conto che esistono tantissime realtà musicali e cantautorali di grande valore che non vengono considerate. Io, da un po’ di tempo, preferisco guardare da quella parte.»

 

Nei tuoi brani ci sono dettagli molto concreti: tangenziali, monolocali, province, treni, serrande… hai bisogno di partire da immagini reali per raccontare emozioni?

«Penso di sì. Non ho mai composto una canzone scegliendo in anticipo un argomento specifico: solitamente mi metto al piano o alla chitarra e inizio a improvvisare melodie e parole. È un processo talmente istintivo che non saprei spiegarlo. Le immagini reali che uso sono metafore di qualcosa di più profondo e complesso che riguarda i miei pensieri e le mie riflessioni sulla vita che conduco e sul mondo che ho intorno. In passato, invece, usavo molti più riferimenti a elementi naturali come il mare, il vento, le onde e le nuvole. È semplicemente il mio linguaggio nelle canzoni che, come tutto, cambia nel tempo.»

 

In canzoni come “Hollywood”, “FOMO” o “Fare soldi” racconti una generazione sospesa tra ambizione e precarietà. Ti senti parte di una scena che sta vivendo questa stessa contraddizione?

«Totalmente. Non a caso, per sopravvivere e mandare avanti la mia attività musicale mi barcameno tra svariate occupazioni, oltre a quella di professore di italiano e storia alle scuole medie, che occupa la maggior parte del mio tempo. Non so dirti se mi sento parte di una “scena”: di sicuro mi sento di appartenere a quella schiera di persone che, piuttosto che smettere di inseguire una passione che le definisce, accetta di fare delle rinunce e di vivere sempre un po’ al limite dal punto di vista economico.»

“Fare soldi con i dischi” sembra quasi una frase ingenua, ma anche ostinata. Quanto c’è di autoironia e quanto, invece, di bisogno reale?

«Di reale c’è il bisogno di essere riconosciuti per ciò in cui ci impegniamo e, in molti campi dell’esistenza, questo tipo di riconoscimento è strettamente legato al guadagno economico. Fare dischi come me, però, ha a che fare con un altro tipo di impegno: la ricerca di me stesso. Fare musica, per quanto mi riguarda, coincide quindi con una costante ricerca personale e questo tipo di attività, ovviamente, difficilmente può avere a che fare con un guadagno vero e proprio.»

 

Nel disco si percepisce una tensione tra autenticità e desiderio di riconoscimento. È una lotta che vivi spesso?

«Penso sia naturale cadere in questo tipo di contraddizione quando da tanti anni dedichi anima e corpo alla scrittura. Farlo è la cosa che più mi definisce: è normale, quindi, soffrirne quando le cose non vanno come vorresti. Ad ogni modo, il mondo dell’espressione artistica è fatto di molta superficialità e di tante pose: il loro superamento è ciò a cui ambisco, anche a livello personale. In canzoni come “Hollywood” o “Politik” parlo anche di questo.»

 

“Mare di noia” ha immagini molto depressive, ma anche estremamente dolci. Era importante raccontare quel vuoto senza romanticizzarlo?

«Non credo di essere mai stato un tipo particolarmente romantico. Di conseguenza, nelle mie canzoni non c’è molto spazio per il romanticismo. Mi piace parlare delle cose per come stanno e per come le vivo, senza alcuna enfasi o volontà di romanzarle. “Mare di noia”, anche se parla chiaramente di depressione, è una ninna nanna accogliente verso quel sentimento. Un brano che nasce nel buio, ma che, anche grazie al suo finale strumentale, vuole accompagnarti verso una possibile luce.»

 

“Fare soldi” è uno dei pezzi più disillusi, ma anche più divertenti del disco. Ti spaventa ancora il fallimento?

«Ci faccio i conti ogni giorno, nonostante sia arrivato al terzo disco da solista (senza contare quelli realizzati con i Violacida e un altro che sto producendo con le Malabù, un progetto che vedrà la luce prossimamente). Il fatto di non aver mollato dimostra che, per me, questa storia della musica è una questione necessaria e di vitale importanza.»

Intervista Ciulla
Nel brano sembri osservarti dall’esterno con molta lucidità. Sei severo con te stesso?

«Sì, anche fin troppo. Ho qualche problema con il tempo che passa e, spesso, mi fermo a pensare alle mie scelte passate. Detto questo, è come se sentissi che ogni gesto o passaggio della mia vita faccia parte di un disegno più grande che devo ancora scoprire del tutto.»

 

“FOMO” racconta molto bene la solitudine urbana contemporanea. Ti senti più osservatore o vittima di quel meccanismo?

«Sicuramente osservatore: sono sempre stato attratto dalla vita urbana. Uno dei miei passatempi preferiti è vagare senza meta per le città, come se fossi una sorta di flâneur contemporaneo.»

 

“Nulla si crea, ma prende forma”: nel disco sembra esserci continuamente l’idea della trasformazione. È questo il vero centro del lavoro?

«Il vero centro del lavoro è la rinascita continua, intesa come perenne riscoperta di se stessi. Quindi sì, direi che hai colto pienamente il punto.»

 

Oggi cosa significa, per te, “stare bene”? E cos’è che continui ancora a cercare?

«Stare bene vuol dire continuare ad avvertire una spinta profonda al cambiamento e alla creazione, senza perdersi nella menzogna sociale del fallimento e del tempo che passa. Per quanto mi riguarda, continuo a inseguire me stesso, cercando sempre di scrivere qualcosa che mi riguardi il più possibile. Più che “cercare”, preferisco il termine “inseguire”, perché anche noi, come tutto ciò che ci circonda, siamo qualcosa in perenne trasformazione, mai uguale a se stesso. Spero, quindi, di rimanere sempre sincero e fedele al me stesso del momento, consapevole della sua natura mutevole.»

Scritto da: Rosaria Vecchio

Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.

Scritto da: Rosaria Vecchio

Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.

Conosci l'Autore

Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.

Categorie

Articoli Recenti

Newsletter

Seguici