Artisti Emergenti

Intervista esclusiva a Modestamente per il nuovo singolo “Situazioni, vite”
Intervista Modestamente

Intervista esclusiva a Modestamente per il nuovo singolo “Situazioni, vite”

Continua il nostro viaggio tra gli emergenti siciliani: dopo Adriano, oggi vi presentiamo Modestamente, che porta il suo mondo musicale in “Situazioni, vite”, attualmente in rotazione radiofonica.

Modestamente, all’anagrafe Andrea Spirìo, nasce ad Agrigento nell’anno de “La Cura” di Battiato e cresce fra le intramontabili “ma quanto sei alto?” e “oh hai un sacco di capelli bianchi!”. Appassionato di parole crociate e incroci di persone, si dedica a ogni forma d’arte in una ricerca maniacale della propria espressione. Negli anni collabora con associazioni e band siciliane sopravvivendo alle poche ore di sonno grazie a litri di latte di mandorla e caffè. Trasferito a Roma, insegue l’indefinito, sperando che ognuno, nella sua musica, trovi la propria personale definizione.

All’anagrafe Andrea Spirìo, ma artisticamente Modestamente: un nome che sembra giocare con l’ironia e, allo stesso tempo, con il bisogno di non prendersi troppo sul serio. Quanto c’è di te in questa scelta e quanto, invece, è un modo per raccontarti senza esporti completamente?

«C’è sicuramente una componente ironica, ma non direi che Modestamente nasca dal bisogno di prendermi meno sul serio. È più un modo di ridimensionare con attenzione quello che dico, senza ridimensionarne il valore. Mi piace anche la contraddizione che c’è nel nome.


“Modestamente” suggerisce qualcosa di misurato, quasi sottovoce, mentre io posso essere estremamente analitico, a volte persino ampolloso, nel modo in cui osservo e restituisco le cose. C’è, quindi, una specie di ossimoro: da una parte l’intimità con cui provo ad avvicinarmi ai temi, dall’altra il bisogno di attraversarli fino in fondo.

 

Non credo, quindi, che sia un modo per nascondermi. Anzi, probabilmente faccio l’opposto: mi espongo parecchio, ma cerco di farlo senza sovraccaricare chi ascolta del peso della mia esperienza. Parto da me, ma quello che mi interessa è creare lo spazio perché poi quella cosa possa appartenere anche a qualcun altro.»

 

Nella tua presentazione racconti di una ricerca quasi maniacale della tua espressione, attraverso ogni forma d’arte. Hai anche una passione per le parole crociate e gli incroci di persone. Ti interessa di più trovare le parole giuste per raccontare ciò che senti o scoprire cosa possono diventare quando incontrano chi ti ascolta?

«Probabilmente le due cose hanno bisogno l’una dell’altra. La ricerca personale mi appartiene molto e mi dà anche una grande soddisfazione: mi piace rovistare nella mia anima analogica, cercare parole, immagini e forme diverse per capire come esprimere qualcosa.

 

Il problema è che sono anche molto bravo a perdermi nei miei labirinti mentali. Posso passare parecchio tempo dentro un ragionamento, cercando l’incastro perfetto. Ed è proprio lì che l’incontro con l’altro diventa fondamentale: spesso è nel momento in cui qualcosa esce da me che riesco a capirla meglio.

 

Forse anche per questo mi piacciono tanto gli incroci, di parole e di persone. Una parola da sola può avere una direzione, ma quando incontra qualcuno può prenderne molte altre. È quella parte imprevedibile che mi interessa di più.»

 

Scrivi che, trasferendoti a Roma, insegui l’indefinito, sperando che ognuno trovi nella tua musica la propria personale definizione. Come si fa a raccontare qualcosa di profondamente personale senza limitarne le possibili interpretazioni?

«Per me bisogna partire esattamente dal contrario dell’indefinito: da qualcosa di molto preciso. Da una situazione vissuta, da un dettaglio biografico, da una sensazione che conosco realmente. Se provo a partire direttamente da qualcosa di universale rischio di scrivere un concetto, non una canzone.

 

Il lavoro viene dopo: capire se dentro quella storia personale esiste qualcosa che può diventare uno spazio riconoscibile anche per qualcun altro. Non significa cancellare i riferimenti alla mia vita. Per me è importante che rimangano degli echi precisi della mia storia, perché quello è inevitabilmente il punto di vista da cui sto guardando le cose.

 

Allo stesso tempo, però, non voglio chiudere il significato. Io posso stabilire il punto di partenza di una canzone, non necessariamente il punto in cui deve arrivare chi la ascolta. È lì che il racconto smette di essere soltanto mio.»

In “Situazioni, vite” metti sullo stesso piano le grandi tragedie e le piccole fratture della quotidianità. Viviamo in una società che, spesso, ci spinge a ridimensionare quello che proviamo perché, in fondo, c’è sempre qualcuno che sta peggio. Quando hai capito che volevi scrivere una canzone proprio su questa forma di colpa?

«Credo che sia un meccanismo che assorbiamo molto presto. Da piccoli basta dire “non ho più fame” per sentirsi rispondere che, dall’altra parte del mondo, ci sono bambini che non hanno niente da mangiare. Ovviamente dietro c’è l’intenzione di insegnarti qualcosa, ma dentro rimane anche un’associazione strana: quello che senti sembra acquistare legittimità soltanto in relazione a quanto stanno peggio gli altri.

 

Crescendo ho riconosciuto lo stesso meccanismo in situazioni molto diverse. Dici che stai male e spesso la prima risposta, anche data con le migliori intenzioni, è: “Non è niente, vedrai che passa”. Ma magari per te, in quel momento, niente non è.

 

“Situazioni, vite” nasce dall’accumulo di queste esperienze, mie e delle persone intorno a me. Mi interessava mettere vicine cose enormemente diverse senza fingere che avessero lo stesso peso oggettivo. Il punto non è dire che tutti i dolori sono uguali. È dire che non serve vincere una gara del dolore perché quello che provi sia reale.»

 

Dopo il dolore privato di “Scordati” e la vulnerabilità del desiderio in “Alberi bianchi”, con “Situazioni, vite” allarghi lo sguardo alla condizione umana quotidiana. Guardando a questo percorso, senti di aver cambiato prospettiva sul dolore oppure di aver semplicemente trovato un modo diverso per raccontarlo?

«Direi entrambe le cose perché, probabilmente, cambiare il modo in cui racconti qualcosa significa anche cambiare leggermente il punto da cui la osservi.

 

In “Scordati” c’è il dolore molto privato del dover lasciare andare una persona e accettare una separazione. In “Alberi bianchi” c’è, invece, la vulnerabilità di un desiderio che non può essere vissuto come vorresti. “Situazioni, vite” parte ancora da qualcosa che conosco, ma prova a guardarsi attorno molto di più.

 

Non penso di aver trovato una teoria diversa sul dolore. Mi sono accorto, piuttosto, che tutte queste canzoni nascono da situazioni apparentemente semplici che, quando le vivi, semplici non lo sono affatto. È cambiata, forse, l’inquadratura: prima ero molto vicino al soggetto, qui ho provato ad allargare il campo e vedere chi altro entrava nell’immagine.»

 

La canzone sembra non voler consolare, ma piuttosto liberare chi ascolta dal bisogno di giustificare ciò che prova. Secondo te, la musica deve necessariamente offrire una risposta a chi soffre oppure può essere sufficiente dare un nome a quello che sta vivendo?

«Credo possa fare entrambe le cose. C’è già qualcosa di potente nel riconoscersi in una canzone e scoprire che un’esperienza che pensavi di vivere da solo appartiene anche ad altri. A volte dare un nome a qualcosa è già una forma di sollievo.

 

Ma, personalmente, mi interessa anche il momento del ribaltamento, quando una canzone non si limita a descrivere ciò che stai vivendo, ma prova a spostare di qualche centimetro il tuo punto di vista.

 

In “Situazioni, vite” quel passaggio è molto netto: non devi sentirti in colpa per quello che provi. Non risolve ciò che ti sta facendo male e non pretende di avere una soluzione. Però può liberarti almeno dalla necessità di dimostrare che hai abbastanza motivi per stare male.

 

Se c’è una forma di catarsi nella musica, per me, sta anche lì: non nella promessa che tutto si aggiusterà, ma nella possibilità di guardare quello che sei e quello che senti senza doverti immediatamente giustificare.»

In “Situazioni, vite” ci sono le chitarre di Carmelo Pipitone, musicista siciliano che ha attraversato esperienze come quelle dei Marta sui Tubi, degli O.R.k. e dei Dunk. Come nasce questa collaborazione e che cosa ti ha portato a pensare proprio a lui per questo brano?

«Carmelo l’ho conosciuto attraverso concerti, amicizie comuni e musicisti con cui entrambi abbiamo avuto modo di collaborare. Ma musicalmente lo conoscevo già da molto prima.

 

C’è stato un periodo della mia formazione, soprattutto adolescenziale, in cui ascoltavo tantissimo progressive rock. Progetti come gli O.R.k. intercettavano quella parte del mio ascolto, mentre con i Marta sui Tubi ritrovavo un altro elemento che mi ha sempre interessato: un modo molto personale di portare la musica alternativa dentro la canzone italiana, tanto sul piano musicale quanto su quello testuale.

 

Le chitarre di Carmelo, in particolare, mi erano rimaste addosso. Tanto che, ancora prima di conoscerlo personalmente, su alcuni miei pezzi immaginavo determinate soluzioni pensando proprio al suo modo di suonare.

 

Quando poi ci siamo incontrati davvero, la collaborazione è diventata una possibilità concreta. “Situazioni, vite” aveva bisogno di acquistare corpo ed energia e sentivo che la sua chitarra avrebbe potuto portare esattamente quel tipo di tensione. A quel punto provare a lavorare insieme è stato piuttosto naturale.»

 

Il suono delle chitarre viene descritto come ruvido e necessario, lontano da un accompagnamento semplicemente decorativo. C’è stato un momento in cui il suo intervento ti ha fatto sentire il brano in modo diverso da come lo avevi immaginato?

«Sì, anche perché siamo passati attraverso diverse possibilità prima di arrivare alla versione definitiva. Io avevo una visione abbastanza precisa del brano, inevitabilmente legata alla forma in cui era nato e in cui l’avevo suonato fino a quel momento: essenzialmente chitarra e voce.

 

Con Carmelo abbiamo provato strade anche piuttosto diverse. Alcune versioni avevano un carattere più country folk, altre puntavano maggiormente sugli arpeggi già dall’inizio. Questo mi ha costretto a sentire la canzone fuori dalla forma alla quale mi ero abituato.

 

Alla fine abbiamo trovato una soluzione che, per me, è molto più interessante: le chitarre non stanno semplicemente intorno alla canzone, partecipano alla costruzione del suo climax. Entrano nella tensione del pezzo e, progressivamente, gli danno corpo. È lì che ho sentito che l’arrangiamento aveva trovato la propria forma.»

 

Due percorsi musicali che partono dalla Sicilia e si incontrano in una canzone che parla di un’esperienza universale. Quanto conta, per te, la possibilità di creare connessioni con altri artisti che condividono un’origine, un immaginario o una particolare sensibilità musicale?

«L’incontro con altri artisti, per me, è fondamentale, forse anche per compensare una mia tendenza all’ipercontrollo. Mi piace seguire la scrittura, la composizione e avere una visione abbastanza precisa degli arrangiamenti, ma quando coinvolgo un musicista cerco di fare una cosa che apparentemente contraddice tutto questo: dargli libertà.

 

Mi interessa spiegare il contesto, quello che sto cercando e perché, e poi vedere cosa l’altra persona sente dentro la canzone. Solo successivamente si lavora insieme per capire cosa tenere, cosa trasformare e dove portarlo.

 

L’origine siciliana comune con Carmelo è qualcosa che sento personalmente e che fa parte delle nostre storie, ma non vorrei attribuirle a forza un significato che “Situazioni, vite” non ha. La collaborazione non nasce perché volevamo fare incontrare “due Sicilie”. Nasce, prima di tutto, da una sensibilità musicale.

 

Trovo, però, interessante che due percorsi partiti dalla stessa isola possano allontanarsi, attraversare esperienze completamente diverse e, poi, incontrarsi dentro una canzone. Le connessioni, geografiche o artistiche, diventano importanti quando producono qualcosa di reale, non quando servono soltanto a costruire una narrazione.»

 

Sei nato ad Agrigento, cresciuto tra ironia, arte e vita siciliana, e poi ti sei trasferito a Roma. Che cosa ti sei portato dietro della tua terra e che cosa, invece, hai dovuto lasciare andare per trovare una nuova dimensione artistica?

«Mi sono portato dietro, soprattutto, un modo di osservare e di stare nelle relazioni. La Sicilia per me non è soltanto un luogo di provenienza: è fatta di linguaggio, ironia, contraddizioni, persone e di un certo modo di vivere gli spazi e le distanze.

 

Roma mi ha dato un contesto completamente diverso, anche nelle dimensioni. Trasferirmi mi ha obbligato a ridefinire alcune abitudini e, soprattutto, a costruire nuove relazioni senza avere intorno tutto quello che fino a quel momento avevo considerato familiare.

 

Non penso, però, alla Sicilia come qualcosa che ho dovuto abbandonare per diventare Modestamente. Semmai la distanza mi ha permesso di capire meglio che cosa mi ero portato dietro. A volte bisogna allontanarsi da un luogo per accorgersi di quali parti di quel luogo continuano a muoversi insieme a te.»

Intervista Modestamente
In Sicilia esiste una scena musicale ricca di personalità e percorsi differenti, ma spesso chi fa musica lontano dai circuiti più grandi deve costruirsi occasioni e relazioni con particolare tenacia. Come hai vissuto il tuo percorso nell’isola e quanto ha inciso sulla persona e sull’artista che sei oggi?

«Il mio percorso in Sicilia non è stato soltanto quello di un musicista che cercava occasioni per suonare. Ho avuto la possibilità di stare dentro contesti associativi e culturali, collaborare con band e attraversare diverse forme artistiche. Questo mi ha fatto vedere molto presto che la musica non esiste soltanto nel momento in cui qualcuno sale su un palco.

 

Dietro un concerto o un festival ci sono persone, relazioni, organizzazione, comunicazione, spazi da costruire e, spesso, problemi da risolvere. Aver vissuto anche quel lato ha cambiato il mio modo di intendere il lavoro artistico.

 

Accanto alla musica c’è poi sempre stata una forte attenzione per l’immagine: ho un background e una passione per la grafica e la fotografia, che negli anni mi hanno portato a guardare un progetto creativo anche attraverso il suo lato visivo.

 

Credo che tutte queste esperienze siano confluite in Modestamente. Mi interessa essere autore delle canzoni, naturalmente, ma anche capire l’ambiente e le persone che permettono a quelle canzoni di esistere fuori dalla mia stanza.»

 

Nel tuo percorso hai collaborato con associazioni e band siciliane, attraversando diverse forme artistiche. Quanto è importante, per un artista, restare in dialogo con il territorio da cui proviene, anche quando la propria vita professionale si sposta altrove?

«Per me è stato fondamentale. Ho sempre cercato non soltanto di partecipare alla vita culturale del territorio, ma anche di contribuire concretamente alla sua costruzione.

 

Una delle esperienze più significative è stata quella con Yard44, associazione di cui faccio parte, con cui abbiamo lavorato anche a progetti legati alla valorizzazione del territorio e all’organizzazione culturale. In questo contesto ho collaborato al DOT Festival, occupandomi nel tempo di diversi aspetti, dall’organizzazione alla componente visiva e al supporto foto, video e audiovisivo.

 

Questa dimensione non è scomparsa quando mi sono trasferito a Roma. Ho continuato a mantenere un rapporto con il progetto e, in alcune occasioni, sono tornato in Sicilia appositamente per partecipare alle attività sul posto.

 

Per me rimanere in dialogo con il territorio non significa necessariamente continuare a vivere nello stesso luogo. Significa non comportarsi come se partire cancellasse quello che hai costruito prima. Si può andare altrove, confrontarsi con contesti nuovi e continuare, allo stesso tempo, a contribuire a ciò da cui si proviene.»

 

Se “Situazioni, vite” potesse arrivare a una persona che sta attraversando un momento difficile, ma che continua a ripetersi di non avere abbastanza motivi per stare male, che cosa vorresti che quella persona riuscisse finalmente a concedersi?

«Una cosa molto semplice: non sentirsi in colpa per quello che prova.

 

Non vorrei dirle che andrà sicuramente tutto bene, né spiegarle come dovrebbe affrontare quello che sta vivendo. Vorrei soltanto che riuscisse, almeno per un momento, a smettere di misurare il proprio dolore usando quello degli altri come unità di misura.

 

Il tuo inferno non deve essere peggiore di quello di qualcun altro per essere abbastanza vero.»

 

 

Torniamo alla tua ricerca dell’indefinito: oggi, Andrea Spirìo sta ancora cercando la propria definizione oppure ha imparato ad accettare che alcune parti di sé non debbano necessariamente avere un nome?

«Sicuramente oggi c’è molta più accettazione rispetto a quando ho iniziato. Ma non credo che questo significhi aver trovato finalmente una definizione.

Forse ho capito una cosa diversa: anche quando riesci a dare un nome a qualcosa, quel nome non è necessariamente definitivo. Cambiamo noi, cambia quello che ci circonda e cambia anche il modo in cui leggiamo ciò che siamo stati.

 

Quindi sì, la ricerca continua. Solo che oggi sento meno il bisogno che debba portare per forza a una risposta conclusiva. L’indefinito non è più soltanto qualcosa da risolvere: può essere uno spazio in cui restare abbastanza a lungo da vedere cosa succede.

 

E forse Modestamente sta proprio lì, in quella tensione: cercare continuamente una definizione, sapendo che quando finalmente la trovi potresti essere già diventato qualcos’altro.»

Scritto da: Rosaria Vecchio

Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.

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