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Intervista esclusiva ad Alma per il nuovo Ep “Codice binario_(01)”
Intervista Alma

Intervista esclusiva ad Alma per il nuovo Ep “Codice binario_(01)”

Dopo avervi segnalato Chiara Accardi (cliccate qui per rileggere l’intervista), oggi vi presentiamo Alma, attualmente in rotazione radiofonica con “Codice binario_(01)”, il suo nuovo Ep. Conoscetelo meglio nella nostra intervista!

alma è il nome d’arte di Gabriele Disopra, artista torinese.

 

Si è avvicinato alla musica durante il liceo, scrivendo. Poi le parole hanno trovato il loro suono, e da lì non si sono più staccate. Dopo l’università ha aperto il suo studio di registrazione, iniziando a collaborare come autore e co-produttore e ha avviato collaborazioni come autore e co-produttore, nel 2022 viene selezionato per _reHUB (la produzione creativa del _resetfestival), lavorando con Bianco. Il percorso prosegue con il coinvolgimento nel progetto FUTURES (sotto l’egida di Woodworm), consolidando la direzione artistica grazie al sodalizio con il produttore Ale Bavo.

 

A inizio 2026, il progetto si concretizza nel primo EP CODICE BINARIO_(01). L’opera vive della coesistenza di due stati opposti e interdipendenti: se i primi due singoli, “nome proprio (Petra)” e “passi di noi”, esplorano l’esterno attraverso ritmiche club d’ispirazione UK, i brani “rumore” e “ho tracciato quel confine” scavano nell’anima più introspettiva. È un diario sonoro che racconta il dualismo tra il corpo che si agita nella notte e il pensiero che resta una volta tornati a casa, unendo l’energia cinetica alla vulnerabilità privata.

 

Quello di Alma è un processo che non cerca di abbellire il negativo, ma di non lasciarlo vincere, dando vita a una “malinconia elettronica” che si concretizza in una musica che si balla, ma non solo con i piedi — anche con la testa. (cit.)

 

Oltre alla musica, porta avanti altri progetti che, per lui, sono estensioni naturali di quello che fa in studio e sul palco. Dal 2022 co-gestisce 8NOLIEU, un’associazione culturale torinese che promuove l’arte contemporanea e crea connessioni tra artisti, musica e performance. Nel 2023 ha co-fondato Luma, un brand di gioielli nati da idee artistiche e musicali, dove ogni pezzo racconta una visione o un’emozione concreta.

Ti definisci un pessimista che trasforma il negativo in energia: quando hai capito che questa tua caratteristica poteva diventare anche una chiave artistica?

«Sì, mi definisco così, senza grandi proclami. L’ho capito quando ho iniziato ad accettare il mio modo di essere. Non nel senso di “sono fatto così e quindi va bene così”, e quindi smettere magari di migliorarsi ed evolversi nella propria vita, ma nel senso di riconoscere che alcuni aspetti non sono necessariamente dei limiti, ma possono diventare delle chiavi per far emergere qualcosa che, altrimenti, resterebbe nascosto.

 

Se avessi provato a cambiare completamente approccio, a vivere sempre con un’ottica positiva, del tipo “tutto è bello, il bicchiere è mezzo pieno”, probabilmente non mi sarebbe mai venuto naturale il bisogno di sfogare il mio lato più pessimista, e quindi nemmeno di trasformarlo in qualcosa da raccontare. In quel momento ho capito che accettare quel tipo di sguardo sulle cose poteva diventare un modo per trasformarlo in energia creativa.

 

Mi viene in mente anche una cosa detta da Alberto Bianco, un grandissimo cantautore con cui ho avuto il piacere di condividere un’esperienza di produzione al Reset Festival. In un’intervista parlava di come avesse percepito il mio modo di essere, dicendo una cosa del tipo che, pur essendo magari una persona riservata, questo non è un limite ma un punto a favore, perché diventa ciò che mi rende diverso dagli altri.

 

Probabilmente era una cosa che in parte avevo già intuito, perché avevo iniziato ad accettare di fare canzoni più tristi e introspettive. Però non avevo mai davvero riconosciuto questa cosa in modo chiaro. Le sue parole, per quanto semplici, mi hanno fatto capire molte cose e aiutato a darle un nome.»

 

L’esperienza con FUTURES e Woodworm cosa ti ha lasciato, artisticamente e umanamente?

«Per rispondere a questa domanda mescolo le due parti, perché per me la parte artistica e quella umana sono la stessa cosa e vanno sempre di pari passo.

 

All’interno dell’esperienza con Futures, al di là delle persone con cui lavoro tutt’oggi, ho conosciuto anche altri artisti durante le varie fasi del percorso, con cui sono ancora in contatto e con cui si è creato anche un legame umano, di amicizia vera e propria, con cui mi piace confrontarmi e parlare.

 

Quindi, per me, le due dimensioni non sono separabili: non esiste l’arte senza la componente umana, non sono due cose scindibili. In questo senso l’esperienza di Futures mi ha lasciato soprattutto delle conoscenze piacevoli e autentiche, oltre a dei ricordi che continuo ancora oggi a costruire.»

 

Il conflitto tra esterno (club) e interno (pensiero), presente nei tuoi brani, è qualcosa che vivi quotidianamente?

«Direi assolutamente di sì, quotidianamente e irrimediabilmente. Ogni giorno è caratterizzato da momenti di sfogo e momenti di corrugamento mentale. Proprio per questo dico spesso che questo EP rappresenta i due lati del mio modo di essere, che ovviamente è più sfaccettato di così, ma questi sono sicuramente i due poli predominanti: da una parte l’esterno, lo sfogo, il movimento; dall’altra l’interno, il pensiero, l’analisi continua.»

Quando hai capito che “codice binario”, il tuo nuovo Ep, avrebbe avuto una struttura così duale?

«Avevo fin da subito la voglia e la necessità di riuscire a trasmettere questi due lati differenti. Non volevo essere sempre e solo uno sfogo inteso come “sfogo e basta”, ma anche uno sfogo dei pensieri attraverso il movimento, il sudore, e allo stesso tempo uno sfogo più introspettivo, cioè affrontando e assecondando quei pensieri.

 

Per me questa è proprio la traduzione concreta della dualità dell’EP: mettere in forma reale due lati che volevo far emergere.

 

Quindi penso di aver sempre saputo che, prima o poi, avrei voluto dare vita a un lavoro in cui questi due poli si contrapponevano e convivevano. Alla fine è diventato questo EP, ma credo che questa dualità prenderà parte a molti dei miei progetti futuri.»

 

Il “rumore” è qualcosa da cui vuoi scappare o qualcosa che ti definisce?

«Se dovessi dare una risposta ideale, un po’ da “vorrei la pace nel mondo”, direi che, ovviamente, vorrei scappare dal rumore: vorrei dimenticarmene, essere spensierato, non avere rumore attorno, né interno.

 

La realtà, però, è un’altra. Il rumore mi definisce, come essere umano e, in generale, credo che definisca un po’ tutti. Fatico a immaginare qualcuno che non abbia davvero nessun tipo di pensiero assordante in testa.

 

In uno scenario utopico vorrei proprio non sapere cosa significhi questa parola, al di là del rumore fisico delle cose quotidiane. Però penso che mi appartenga e mi definisca, e forse, tutto sommato, non mi dispiace neanche così tanto sentire il mio rumore.»

 

Sentirsi “fuori tempo”, oggi, è una fragilità o una forma di lucidità?

«Eh, questa è una bella domanda. Per me sentirsi fuori tempo è totalmente una fragilità, non ha molto a che fare con la lucidità. Anzi, direi che è quasi una forma di anti lucidità.

 

È una cosa di cui siamo un po’ tutti ossessionati, e io faccio sicuramente parte di questo scenario. A volte mi rende fragile, meno sicuro di me stesso, e anche il riconoscerlo non è semplice.

 

La lucidità, forse, dovrebbe entrare in gioco nel momento in cui riusciamo a sentirci “in tempo”, cioè quando abbiamo uno sguardo abbastanza oggettivo su quello che succede attorno a noi e sul mondo. Però, nella realtà, credo sia più una fragilità che una lucidità, e che spesso ci porti anche a fare scelte avventate.»

Ti capita di cercare distacco per sentirti “invincibile”, anche solo per un attimo?

«Mi capita di cercarlo e riuscirci, ma poi, come dico anche in uno dei brani, a un certo punto torno a terra. Quindi riconosco che questa sensazione di invincibilità, in realtà, non esiste.

 

Lo faccio spesso perché è un modo per proteggersi, per non farsi toccare da determinate cose che, in realtà, ci colpiscono, a volte anche più del dovuto. È un atteggiamento che applico, ma che, allo stesso tempo è totalmente deleterio.

 

Quando cerco questo distacco, che può essere un luogo, un pensiero o anche una forma di autoconvincimento, in quel momento riesco davvero a staccarmi. Però, prima o poi, bisogna tornare alla realtà delle cose e affrontarle per quello che sono.»

 

Dal vivo il tuo progetto cambia: cosa vuoi che il pubblico provi durante un tuo live?

«Il mio obiettivo, nella versione live del progetto, è dare qualcosa che sia un motivo per esserci. Non nel senso di stravolgere i brani, ma di proporne una visione diversa, magari aggiungendo elementi o facendo suonare le cose in modo differente, così che l’esperienza live non sia semplicemente una replica dell’ascolto personale, ma qualcosa di distinto.

 

Quello che vorrei che il pubblico provasse è un coinvolgimento totale e una libertà nel momento. La possibilità di viaggiare con i pensieri, con il corpo, di sentirsi liberi di restare fermi e “ballare” nella propria testa, oppure di lasciarsi andare completamente e smettere di pensare per un attimo.

 

Mi piacerebbe che il pubblico potesse cogliere, anche insieme o separatamente, una dimensione più “densa”, fatta di suoni e atmosfera, e una più testuale, fatta di parole e significati.»

 

Ti senti più a tuo agio nella dimensione intima o in quella club?

«Senza voler escludere una distinzione tra i due mondi, per me questa differenza, in realtà, non esiste davvero. Nel club riesco a essere in una dimensione intima, in quella intima c’è comunque una parte di me che è molto “club”.

 

Mi sento di poter vivere la situazione del club in maniera intima, anche quando sono circondato da tante persone, senza avere la sensazione di dovermi guardare attorno o sentire addosso il giudizio. Per me l’intimità sta proprio nel fatto che, in quel contesto, riesco a essere totalmente libero di essere me stesso, senza sovrastrutture. Vuol dire semplicemente vivere il momento, isolarsi dentro se stessi oppure essere più aperti e partecipativi, ma sempre in una condizione di libertà.

 

In questo senso è come se, nei club, potessi vivere una dimensione intima, e allo stesso tempo, nella mia intimità, ci fosse anche un approccio più “club”, diretto e istintivo verso le cose, quindi sono a mio agio nell’una come nell’altra perché trovo che si assomiglino molto.»

Se dovessi lasciare una frase dentro questo EP, quale sarebbe?

«Userei “mi provo ad ascoltare, ma sono circondato dal rumore”. È una frase di uno dei quattro brani, ma in realtà rappresenta abbastanza bene il mio stato mentale, sia rispetto alle cose di cui parlo che a quelle che vivo.

 

È una frase che, anche se nasce dentro un contesto preciso, per me diventa esplicativa di molto, perché riassume questa condizione costante tra interno ed esterno, tra ciò che cerco di ascoltare e ciò che, invece, mi travolge.

 

A questo aggiungo che mi piace anche rappresentarmi e trovare stimoli in frasi che considero forti, dette da altre persone. Una che mi porto dietro è “what we were trying to do was create dance music for the head rather than the feet”, frase che mi è stata condivisa dal mio amico e producer Ale Bavo, ma che in realtà viene originariamente da Daddy G dei Massive Attack.

 

Ecco, per me la mia musica sta molto dentro questa idea.»

 

Cosa diresti alla versione di te che ha iniziato a scrivere al liceo?

«Se dovessi rispondere alla versione di me che ha iniziato a scrivere al liceo direi: ottima scelta. A livello di sfogo e di salute mentale.

 

Poi ci sono tante altre cose che, magari, non mi piacciono, però sicuramente è stata una buona idea. Per me scrivere è totalmente un sostegno psicologico, quindi direi: bravo, bella idea, continua a farlo. E poi gli direi di comprare dei Bitcoin.»

 

In questo momento stai più scappando o restando?

«In questo momento sto sicuramente scappando verso qualcosa che ritengo una costruzione migliore in diversi aspetti della mia vita, ma in realtà mi sa che sono su un tapis roulant.»

Scritto da: Rosaria Vecchio

Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.

Scritto da: Rosaria Vecchio

Rosaria Vecchio, creatrice di Pillole di Musica Pop, un piccolo spazio per gli amanti del pop, dove poter parlare di musica a 360°, senza particolari limiti o censure.

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